Recensione di Alessandra Paganardi

MARIA GABRIELLA GIOVANNELLI IL CAMPO DEI COLCHICI

EDIZIONI JOKER, 2009

Recensione di Alessandra Paganardi

 

Ci sono libri che, come le persone, dicono subito ciò che hanno da dire. Altri si lasciano scoprire pian piano, sotto l’apparente semplicità: ogni giorno una frase, un atteggiamento, un abito nuovo, che pian piano c’inducono ad approfondire il nostro giudizio su di loro, talvolta a cambiarlo.

Il campo dei colchici, interessante esordio narrativo di Maria Gabriella Giovannelli, è tra questi. Per la storia appassionante, ma prima ancora per la fitta trama di mistero e di simboli in cui il lettore è avvolto dopo l’inizio apparentemente anodino (come non pensare, già nel titolo, alle reminiscenze letterarie suscitate dal colchico, il gozzaniano bel fiore malvagio/ che i fiori uccide e semina le brume)? Il campo è anzi il vero protagonista di questo romanzo d’ombre: esso compare esplicitamente in un dialogo che ha luogo quando l’intreccio è già abbondantemente avviato. Si capirà soltanto allora che questo prato, disseminato di ricordi cocenti, oltre che di velenosi bellissimi fiori, circonda il rifugio situato su un passo dolomitico, con cui si apre la narrazione: qui l’io narrante Paolo trova momentaneo riparo dai suoi problemi professionali ed esistenziali, in una sera di fine estate. Gli accade così di dover occupare temporaneamente la stanza della proprietaria, una giovane vedova di nome Anna, la cui malattia nervosa, sempre più evidente, sembra comprendere nei suoi sintomi anche una sorta d’ossessione nei confronti di Paolo.  La figura di Anna è circondata da un alone morboso e cela inconfessabili segreti, che vengono a poco a poco svelati. Un marito violento, esito della nota nemesi famigliare per cui – come afferma l’amico sacerdote – “quando in famiglia si cresce in un certo modo, poi si finisce per diventare ciò che si è sempre odiato”. Un figlio morto insieme al padre in un incidente stradale di cui Anna ingiustamente si accusa. Infine il vero ruolo di Luigi, un cugino anch’egli prepotente ed egoista, nelle cui braccia la donna cerca conforto alla sua vita travagliata, per trovare un’ulteriore, ennesima catena.

Nonostante l’atmosfera inquietante, fra Anna e Paolo nasce una vera attrazione d’anima, dovuta al convergere inatteso di destini tanto distanti fra loro: si tratta in fondo di due vinti dalla vita, che s’incontrano per puro caso e scoprono di avere le stesse ferite, celate da linguaggi molto diversi. Ed è proprio da un estremo gesto d’amore di Luigi, divenuto inaspettatamente da nemico aiutante, che nascerà la soluzione finale: la possibilità di una nuova vita e di una nuova famiglia, la guarigione, il riscatto. Il campo dei colchici, da cimitero di ricordi e simbolo di una vita non pienamente vissuta, diventerà allora, nel dialogo finale, prefigurazione di un avvenire incerto e fragile, ma sorretto da una concreta speranza di felicità.

Nonostante la voluta lentezza della narrazione non mancano aperture di vitalità, di magia e di colore. Prima di tutto gli scorci di paesaggio, i notturni e i tramonti, come nella sera di momentanea spensieratezza che vede i due protagonisti finalmente vicini; poi le leggende, in particolare quella del re Laurino, il senso del sacro e le presenze arcane, tramandate alle nuove generazioni con la forza di una quotidiana fiaba. Il contrasto con la città e i suoi sobborghi super – produttivi, da cui proviene Paolo, è eclatante sin nelle notazioni più schiettamente sensoriali: i sapori tirolesi dei canederli, dei dolci e degli schluzer scandiscono ovunque ritualità ancora sentite, in evidente contrasto con la vita di puro anonimato tecnologico che il protagonista porta con sé.

L’originalità di questo romanzo sta tuttavia nel non riproporre mai la facile e ingenua dicotomia bucolica fra città crudele e campagna felice: il male di vivere è ovunque, sotto forma di violenza, estraneità, isolamento e nevrosi. La difesa, se c’è, può essere data soltanto dalla fiducia nella forza dei legami, dei sentimenti. Non sarà dunque un banale lieto fine a salutare il lettore, ma la luce di una speranza, l’esito sempre incerto di una dura battaglia con l’esistenza.. I colchici sembrano svolgere in questo libro una funzione simbolica quasi analoga a quella un altro fiore ben noto in letteratura: la ginestra. La vita non è una fiaba e l’amore realizzato fra i due protagonisti rappresenta, proprio come la solidarietà invocata da Leopardi,  la possibilità di una sofferta“social catena”: cioè una resistenza, un’alleanza matura e forte contro il male.

Alessandra Paganardi